Corona dal carcere: «Abbattuto, ma pronto a reagire: ora basta eccessi»

corona nina moric_26103941Fabrizio Corona è tornato a San Vittore, nel pomeriggio di ieri: ora è «abbattuto» ma anche «pronto a reagire» e a comprendere che d’ora in avanti non potrà più lasciarsi andare ad «eccessi e a comportamenti sopra le righe». L’ex paparazzo dei vip ha parlato dal carcere, per bocca del suo avvocato Ivano Chiesa, dopo la sospensione dell’affidamento terapeutico che gli permetteva di vivere fuori da San Vittore (sospensione decisa dal giudice di Sorveglianza di Milano).

Il giudice ha deciso lo stop dell’affidamento, concesso più di un anno fa, per una serie di violazioni delle prescrizioni anche legate a sue apparizioni in tv. L’avvocato Chiesa ha voluto precisare che il magistrato che ha preso questa decisione, Simone Luerti, «è una gran brava persona e non poteva fare altro». Corona dal carcere ha spiegato che quelle violazioni erano legate «al mio lavoro, non ho commesso alcun reato». Il difensore, però, gli ha spiegato che non può continuare ad eccedere nei comportamenti. Lo stesso giudice nel provvedimento parla di un «conflitto» interno tra una «volontà di migliorare» e una «resistenza» ad attenersi al percorso di recupero.

Il giudice lo aveva già ‘diffidato’ nelle scorse settimane e di fronte al succedersi delle violazioni, poi, «non ha potuto fare altro». Secondo il legale, Corona, che ha sì giustamente criticato in passato le «condanne eccessive» e i «16 mesi di galera» per la vicenda dei contanti nel controsoffitto per la quale è stato assolto nel merito, deve ora rendersi conto, però, che «le regole vanno rispettate, se no si passa dalla parte del torto, deve capire che è così che funziona».

L’INSOFFERENZA E I VIDEO SU INSTAGRAM Nel provvedimento il giudice parla della sua «insofferenza» alle regole e della «incomprensione» da parte sua della misura dell’affidamento, manifestate dall’ex ‘re dei paparazzi’ sia in un video su Instagram che in un’intervista, di fine febbraio scorso, a Non è l’arena di Massimo Giletti. Nel filmato e in trasmissione l’ex ‘fotografo dei vip’ (che da prescrizioni non avrebbe potuto neanche parlare dell’affidamento) ha detto, invece, che lui era stanco di tutti quegli obblighi e che, quindi, se ne fregava. Ora, entro 30 giorni, la Sorveglianza dovrà fissare un’udienza e decidere se confermare o meno lo stop all’affidamento.

Fabrizio Corona in carcere, appare un messaggio su suo profilo Instagram: «Insieme…»

4387430_1733_fabriziocorona_carcere_messaggio_instagramFabrizio Corona in carcere, sul suo profilo Instagram appare un presunto messaggio di incoraggiamento. Poco fa, sulle storie di Instagram dell’ex re dei paparazzi è apparso un video in cui scorreva questo messaggio in inglese: «L’unione ci rende forti. Insieme». Lo stesso messaggio era stato condiviso ieri come post. Ecco cosa sta succedendo.

Si tratta di un messaggio firmato con il marchio Adalet, firmato dallo staff. Apparentemente un messaggio pubblicitario, le parole sembrerebbero però dedicate al brutto momento che sta passando Fabrizio Corona, titolare del marchio. Una sorta di incitamento ai fan a stringersi attorno all’ex re dei paparazzi. E i commenti dei follower non si fanno attendere. «Ormai lo mettono in carcere anche se butta una sigaretta». E ancora: «Se la legge si fosse accanita contro i mafiosi e i politici corrotti come ha fatto con Fabrizio Corona, l’Italia sarebbe un posto migliore».

Il giudice ha deciso lo stop dell’affidamento, concesso più di un anno fa, per una serie di violazioni delle prescrizioni anche legate a sue apparizioni in tv. L’avvocato Chiesa ha precisato che il magistrato che ha preso questa decisione, Simone Luerti, «è una gran brava persona e non poteva fare altro».

Fabrizio Corona torna in carcere: «Ha violato le disposizioni del tribunale, è insofferente alle regole»

4384927_1530_arrestato_fabrizio_coronaAncora guai per Fabrizio Corona, che oggi è tornato in carcere. L’ex paparazzo dei vip nel pomeriggio di oggi è stato prelevato dagli agenti della questura di Milano, che gli hanno notificato il decreto del Tribunale di sorveglianza che ha sospeso l’affidamento terapeutico che gli aveva permesso di lasciare il carcere di San Vittore.

Corona, che si trovava nel suo appartamento in centro, alla vista dei poliziotti non avrebbe fatto alcun commento. La decisione è stata presa dal magistrato Simone Luerti: l’affidamento terapeutico gli era stato assegnato per curarsi dalla dipendenza dalla cocaina, ed è ora stato sospeso per le plurime violazioni negli ultimi mesi delle restrizioni che Corona doveva rispettare, dopo i numerosi guai giudiziari avuti.

Per Fabrizio, assistito dall’avvocato Ivano Chiesa, si riaprono dunque le porte del carcere milanese. Sarà ora lo stesso tribunale a decidere, nelle prossime settimane, se revocare del tutto l’affidamento terapeutico. Proprio ieri sera l’ex agente fotografico era stato ospite di Massimo Giletti a Non è l’Arena, dove aveva snocciolato rivelazioni choc su Imane Fadil, la modella marocchina 34enne testimone chiave del processo Ruby Ter (nel quale è imputato l’ex premier Silvio Berlusconi) e morta qualche giorno fa a Milano in circostanze ancora poco chiare.

L’AFFIDAMENTO Alla fine di gennaio i giudici avevano infatti stabilito che Corona potesse continuare a scontare la pena residua per le sue condanne in affidamento terapeutico ‘definitivo’ per curarsi dalla dipendenza dalla cocaina: a fine novembre i magistrati avevano valutato come «positivo» il suo percorso di recupero. Nelle scorse settimane però il giudice Luerti aveva emesso una ‘diffida’ (una sorta di cartellino giallo) per Corona, imponendogli tra le prescrizioni di non uscire dalla Lombardia, a differenza del periodo precedente quando poteva anche recarsi fuori dalla regione previa autorizzazione.

LA SOSPENSIONE L’Avvocato generale Nunzia Gatto, per la Procura generale, ha fatto ricorso fino in Cassazione per chiedere la revoca dell’affidamento, presentando alla Sorveglianza una nuova istanza: su questa si era in attesa della fissazione di un’udienza per la discussione (anche in Cassazione). Tra i vari punti, il pg aveva elencato le numerose violazioni dell’affidamento, compreso il fatto che, lo scorso 10 dicembre e poi anche successivamente, Corona andò nel ‘boschetto della droga’ di Rogoredo, alla periferia sud di Milano, a fare «l’agente provocatore», a fingere di acquistare stupefacenti, malgrado tra le prescrizioni del suo programma ci sia il divieto di frequentare tossicodipendenti.

“INSOFFERENTE ALLE REGOLE” Secondo quanto emerge dal provvedimento, oltre ad una serie di violazioni delle prescrizioni «territoriali» ed «orarie», ci sarebbero anche una serie di affermazioni da parte di Corona di essere insofferente alle regole dell’affidamento terapeutico: con un video su Instagram e partecipando ad una puntata della trasmissione televisiva Non è l’arena, a fine febbraio, aveva in sostanza fatto capire che non ne poteva più e di volersene fregare. Per il giudice quelle dichiarazioni di insofferenza alle regole sono in contrasto con il percorso di recupero che deve intraprendere un condannato che sta scontando una pena in affidamento, fuori dal carcere. Inoltre avrebbe violato più volte la prescrizione di non lasciare la Lombardia e di non frequentare determinati luoghi, violando anche in alcune occasioni gli orari stabiliti per il rientro a casa.

Corona: «Belen Rodriguez, forse torneremo insieme»

Amato o odiato. Per Fabrizio Corona non esiste via di mezzo. L’ex agente e fotografo dei vip, 45 anni a marzo, con il suo passato da scopritore di star, i1547566604115.jpg--fabrizio_corona__belen_rodriguez guai con la giustizia, il suo ritorno in campo, è un personaggio nel bene e nel male.
Su Instagram, il termometro della popolarità non di gradimento 1,2 milioni di persone lo seguono costantemente. Perché Corona ha fatto della sua vita un reality perenne. Il suo amore con Belen, le tante relazioni, i soldi nascosti e sbandierati, le macchine di lusso, il carcere, dentro e fuori. Se perde un dente in una trasmissione tv, diventa una notizia. Se cade dalla bicicletta su Instagram, il video diventa virale. Se litiga con Ilary Blasi nella diretta del GF Vip, lo share impazzisce. E se pubblica un libro, Non mi avete fatto niente (Mondadori Electa) diventa un caso. Corona racconta la verità. La sua. Si dice vittima di un sistema che non perdona il successo e punta il dito contro chi gli avrebbe fatto del male. Magistrati? Genitori? Donne? Nel libro si definisce Dio, un maestro, un re, ma poi pubblica una diagnosi psichiatrica per dire al mondo che la cosa che gli è mancata di più, è l’amore. Un’assenza che lo ha reso Corona, e non Fabrizio.

Da bambino cosa sognava di diventare?
«Di essere quello che sono oggi».
Quando il personaggio Corona ha preso il sopravvento della persona Fabrizio?
«Da giovane, già dai 20 anni».
A chi si rivolge il titolo del libro Non mi avete fatto niente?
«A quelli che mi hanno buttato dentro più di una volta ingiustamente, che hanno tentato di distruggermi senza riuscirci».
Lei stila un testamento in cui dice di sentirsi pronto per morire. Non è contento della sua vita?
«Sono molto contento, non è che mi senta pronto per morire, ma ho dato tanto, c’è anche la battuta di non voler uscire di scena come tutti gli altri. Voglio uscire di scena nel modo più giusto, come in un film, in un incidente, facendo l’amore».
Quindi è felice in questo momento?
«Io non sono mai felice, sono un infelice di professione».
Cioè?
«Nel senso che faccio tante cose, vanno tutte bene, avrei quel che mi serve per essere felice, ma non lo sono».
Nel libro lei cita un suo video postato su Instagram in cui cade dalla bicicletta mentre canta Viva la libertà e afferma che Jovanotti non lo ha ringraziato. Perché avrebbe dovuto farlo?
«Quel video dove cantavo il titolo della sua canzone è diventato virale. Ma il concetto di Jovanotti di Viva la libertà, nel senso di spirito libero, non è come il mio. Per me è un concetto più profondo, cantavo un momento sostanziale di libertà dopo anni di galera. Ma è bello che lui lo canti».
Quindi avrebbe dovuto dirle grazie?
«I comunisti son così, poi quelli ricchi son peggio di quelli normali».
Nel libro ha scritto anche odio Salvini. Perché?
«Era un riferimento a quello che lui mi ha detto rispetto a una campagna politica in cui ha messo in mezzo me, Asia Argento ed altri personaggi. Ma non lo odio».
Che posizione ha in merito allo sbarco dei migranti in Italia?
«Assolutamente, li farei sbarcare, perché sono persone in difficoltà al largo delle coste italiane che rischiano di morire, bisogna aiutarle».
Lei ha due fratelli. Di loro non si parla mai. Perché?
«Non li vedo mai, è una mia decisione».
Lei racconta che gira sempre con cinquemila euro in tasca. Quanto spende al mese?
«Tanto, ma non posso dire una cifra. Oggi ho più di cinquemila euro».
Quindi potrebbe spendere cinquemila euro al giorno?
«Tendenzialmente sì».
Lei nel libro riporta anche la sua diagnosi psichiatrica. E dice che ha avuto tante donne per colmare un senso di solitudine. È così?
«Sì, di vuoto. È una bulimia di sesso, nel senso che prendo piccole dosi di ciascuna donna che riempiono solo momentaneamente. Pensi di aver colmato il vuoto, ma non accade».
E poi racconta delle sue avventure sessuali. C’è una donna di cui non può parlare?
«Sì molte. Nomi altisonanti del mondo della finanza, della tv, della moda. Non li faccio perché mi denuncerebbero e non voglio rotture».
Belen la donna della sua vita. La sposerà?
«No, ma magari ci ritornerò insieme».

Lory Del Santo a Vieni da me: «Sono finita in carcere e lì ho rischiato di morire»

4248709_1945_vienidame_lorydelsantoLory Del Santo si racconta a Vieni da Me, il programma del primo pomeriggio di Rai Uno condotto da Caterina Balivo. E svuotando i cassetti della “cassettiera” svela alcuni aneddoti mai raccontati in televisione come la sua detenzione in carcere quando aveva 19 anni ed era appena arrivata a Roma da Verona. “Lady of Verona”, come l’aveva ribattezzata Eric Clapton in una sua canzone, era stata arrestata per errore.

«Mi hanno scambiata per un’altra e sono stata in cella per dieci giorni. Non sapevo neanche che dovevo avere un avvocato. Quando la donna accusatrice non mi ha riconosciuto mi hanno rilasciato all’istante. Nel frattempo però ho rischiato di morire, sono uscita nel cortile durante l’ora d’aria e avevo al collo una collanina della comunione», racconta. Delle zingare a quel punto le si sono avvicinate per rubargliela strandolandola. Una donna che non conosceva l’ha salvata minacciandole. «C’è sempre qualcuno che ti difende anche se non lo conosci nella vita. Quindi bisogna avere fiducia nel prossimo».

In studio Lory ha ripercorso brevemente tutta la sua vita e anche il no che disse a Donald Trump. Toccanti i ricordi dell’infanzia e della povertà e soprattutto quelli dei figli. «C’è un destino che bisogna amare per sopravvivere – dice ancora l’attrice, che ricorda: «Presi la polmonite e mi misero nella stalla in cui ero nata, mentre mio padre è morto in un incidente stradale quando avevo tre anni e mezzo». Dopo un’adolescenza molto dura arrivò la carriera nella televisione. «La felicità a volte ti colpisce così velocemente che non ti rendi conto di essere stata felice», le parole della showgirl. Sul figlio morto suicida quest’estate trattiene le lacrime, non parla esplicitamente ma ricorda: «Nella vita ho sempre cercato di essere forte e ce l’ho sempre quasi fatta».

Rigopiano, papà di una vittima multato per aver portato dei fiori: «Non pago, mi mettano in carcere»

4219873_1608_feniello_multa_rigopianoPoco meno di due anni fa la slavina che travolse e distrusse l’Hotel Rigopiano a Farindola (Pescara) fece 29 morti: il papà di una delle vittime, Stefano Feniello, è stato ora condannato a pagare una multa di 4.550 euro per aver violato i sigilli giudiziari apposti per deliminare l’area. La storia, ai limiti dell’assurdo, è stata raccontata dallo stesso Alessio Feniello in un post su Facebook: l’uomo è stato condannato dal gip del tribunale di Pescara, Elio Bongrazio.

La sentenza di condanna emessa su richiesta del pm Salvatore Campochiaro, trae origine dal fatto che Feniello si sarebbe introdotto «abusivamente», nonostante «le ripetute diffide ed inviti ad uscirne rivoltigli dalle forze dell’ordine addette alla vigilanza del sito». L’uomo, nel suo post sul suo profilo social, contesta la decisione del tribunale pescarese, affermando di essersi «recato a Rigopiano per portare dei fiori dove hanno ucciso mio figlio».

Una multa non da poco. Oltre 4500 euro, per essere andato a «Rigopiano a portare i fiori, dove hanno ucciso mio figlio Stefano». «Mi sono introdotto, secondo loro, in un’area sottoposta a sequestro», quella dell’hotel, spiega con rabbia, postando le foto della notifica del tribunale di Pescara, a pochi giorni dall’anniversario della tragedia che causò 29 morti tra cui il suo ragazzo. «Io non pago», aggiunge e, se necessario, mi faccio «tre mesi di carcere». «Quelli che non hanno fatto niente per salvare 29 persone a Rigopiano stanno tutti ancora a piede libero io invece devo pagare» accusa, chiedendo di far «arrivare questo messaggio al ministro Salvini» per vedere «cosa ne pensa».

Gessica Notaro sfregiata con l’acido, Tavares condannato a 15 anni. Sarà espluso dopo il carcere: «Ma quando esce starò attenta»

4109812_1922_gessica_notaro_tavares_espulsioneEdson Tavares dopo la condanna sarà espluso, ma Gessica Notaro dice che «quando esce starò attenta». Oltre alla condanna a 15 anni, 5 mesi e 20 giorni, i giudici della Corte di appello di Bologna hanno confermato i risarcimenti alle parti civili, e l’espulsione a fine pena per Edson Tavares.

«Per il momento mi consola, poi vedremo. Quando esce starò attenta, nonostante l’espulsione», ha commentato Gessica Notaro, vittima di stalking e delle lesioni con l’acido da parte dell’ex fidanzato capoverdiano. La sentenza ha unito con la continuazione i due processi giudicati in primo grado dal tribunale di Rimini, (con pena di 13 anni, 11 mesi e 20 giorni) a cui si aggiungono un anno e sei mesi per altri reati, come resistenza a pubblico ufficiale e maltrattamento di animali.

Durante la lettura del dispositivo Tavares e la vittima non si sono guardati. «Ma lui mi ha cercata con lo sguardo un attimo prima di uscire dall’aula, si è girato apposta», ha detto Gessica Notaro. Tavares è andato via scortato dalla polizia penitenziaria e non ha reagito in modo particolare alla condanna.

«È andata bene, è sicuramente quello che ci aspettavamo, forse qualcosina in più del previsto». Ha detto la Notaro. «Sembra un film, è incredibile finire così. È una persona con cui ho dormito tre anni. Ma se l’è cercata, ha fatto tutto lui», ha aggiunto. Gessica ha parlato di una «sentenza giusta», e ha ringraziato il lavoro dei suoi avvocati e della Procura.

«Siamo più che soddisfatti, la mia squadra di avvocati ha fatto un ottimo lavoro, il pm anche. L’unica cosa è che la Corte è stata garantista nei confronti dell’imputato, però è giusto che sia così: sono le istituzioni a richiedere questo». Ha aggiunto Gessica Notaro. Il riferimento è anche al fatto che l’udienza si è celebrata a porte chiuse, solo con le parti presenti, su richiesta di Tavares. «Sicuramente – ha aggiunto – questo mi serve da spunto, è nella lista nera, delle cose da cambiare. Non lo trovo così giusto». Per Notaro, «l’imputato ha moltissimo potere decisionale in aula e questo fa un pò rabbrividire. Non si capisce chi è la vittima e chi è l’imputato. Lo prendiamo come stimolo per lavorarci in futuro, a livello istituzionale». D’altro canto, «la corte è stata anche abbastanza attenta e sensibile nei miei confronti a farmi sentire a mio agio e protetta, l’ho apprezzato tanto».

Yara, Bossetti vuole il trasferimento in un altro carcere: «Per non impazzire, chiedo di poter essere utile»

yara_bossetti_condannato_ergastolo_12223611Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio, ha chiesto il trasferimento dal carcere di Bergamo a quello milanese di Bollate. Qui sconta la sua pena anche Alberto Stasi, condannato a 16 anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi. Uno dei legali di Bossetti, Claudio Salvagni, ha confermato quanto anticipato da uno dei suoi consulenti, Ezio Denti, e ha spiegato che l’istanza è ora all’esame del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e del tribunale di sorveglianza di Brescia. «Per la decisione ci vorranno alcune settimane – precisa Salvagni – e la richiesta deriva dal fatto che a Bollate potrebbe lavorare, cosa che a Bergamo non è possibile».

IL FAVOLA
Dopo il verdetto della Cassazione è stato lo stesso Bossetti ad avanzare la proposta: «Vorrei essere trasferito in un penitenziario dove poter lavorare. Per non impazzire chiedo di poter essere utile, di lavorare. Oggi non ho più nulla, mi resta il pensiero dei miei figli e della mia famiglia». A inchiodare il muratore di Mapello come l’assassino della ginnasta, l’uomo dai mille volti che si è sempre dichiarato innocente, è il suo dna che coincide con quello trovato sugli slip e sui legging di Yara, uccisa a Brembate il 26 novembre 2010. Padre di tre figli, Bossetti si definiva un uomo normale con una vita ripetitiva, tutto lavoro e famiglia. Così lo descrivevano, all’indomani del fermo per il delitto, anche i vicini di casa: «Un bravo ragazzo, un muratore che conduceva una vita tranquilla». I colleghi invece ricordavano la sua spudorata inclinazione a mentire e quel nomignolo, il “Favola”, che gli avevano affibbiato proprio in virtù della sua propensione a dire bugie. È stato nel corso delle indagini che il muratore ha appreso, sulla base del dna, di non essere figlio di Giuseppe Bossetti, come aveva sempre creduto, ma dell’autista Giuseppe Guerinoni morto nel 1999, scoprendo così un segreto rimasto tale per 44 anni. In carcere è finito al centro di un caso per le lettere “hot” scambiate con un’altra detenuta, Gina. «Una corrispondenza tra due persone adulte che non si sono mai viste fra loro», ha precisato la difesa del muratore.

LETTERE ALLA MOGLIE
Bossetti è stato visto piangere durante il processo di primo grado quando si parlava dei suoi affetti. «Amore mio perdonami se ti sto facendo tribolare», scriveva alla moglie Marita Comi, che crede nella sua innocenza, in una lunga lettera dal carcere in cui raccontava di essere giudicato in prigione come un «ammazza-bambini». «Eravamo proprio una bella famiglia, una famiglia unita e ora ce l’hanno rovinata», diceva alla moglie. Un ritratto però che poco combacia con il profilo di feroce assassino dall’«animo malvagio» tracciato dai giudici di Bergamo nelle motivazioni della condanna all’ergastolo. Una condanna confermata anche dalla Cassazione.

Processo Wanda Nara-Maxi Lopez, chiesti 4 mesi di carcere per la moglie di Icardi

C_2_articolo_3169545_upiImageppQuattro mesi di carcere per Wanda Nara, moglie e manager dell’attaccante dell’Inter Mauro Icardi. E’ la richiesta formulata dal pm secondo il quale la showgirl argentina è colpevole di avere condiviso su Facebook e Twitter il numero di cellulare dell’ex marito, il calciatore argentino Maxi Lopez, causandogli un danno durante le operazioni di calciomercato del 2015. L’udienza è stata aggiornata al 29 ottobre per la lettura della sentenza.

La 31enne, che proprio in queste ore ha aperto gli armadi di casa sua mostrando borse e scarpe di lusso sui social, era attesa in aula, a Milano, per riferire la sua versione dei fatti davanti ai giudici della seconda sezione penale. Ma ha preferito non presentarsi.

L’avvocato Giuseppe Di Carlo, suo difensore, ha chiesto, invece, l’assoluzione in quanto “non vi è la prova della responsabilità” della donna. “Non c’è la prova che sia stata lei l’autrice dei post sui social network – ha sottolineato – e nemmeno che abbia creato un danno al calciatore”.

Yara, la lettera choc di Bossetti dal carcere: «Sono innocente, lo griderò finché avrò voce»

Yara-BossettiPochi giorni fa Massimo Giuseppe Bossetti è stato condannato in via definitiva all’ergastolo dalla Corte di Cassazione per l’omicidio di Yara Gambirasio, la ragazzina di 13 anni scomparsa il 26 novembre 2010 e trovata morta in un campo alcune settimane dopo. Oggi Bossetti, in una lettera indirizzata a NewsMediaset, continua a proclamarsi innocente: in alcune righe scritte a mano, il muratore di Mapello si rivolge dalla cella all’inviato Enrico Fedocci, che ha seguito il suo caso dall’inizio.

“SONO INNOCENTE” «Caro Enrico, fai giungere a tutti la voce di un innocente condannato al carcere a vita senza mai potersi difendere, questa non è una cosa da paese civile, io sono innocente e lo griderò finché avrò voce». «Mai smetterò di lottare con i miei avvocati che mi difendono per sincera convinzione e amore di Giustizia – scrive Bossetti, 48 anni – per dimostrare la mia innocenza». Secondo quanto riporta il Tgcom, Bossetti avrebbe scritto anche una lettera ai genitori di Yara Gambirasio, ma i contenuti sono ovviamente top secret.

VUOLE LAVORARE Bossetti dopo la condanna ha chiesto di essere trasferito in un carcere in cui possa lavorare: «Vorrei essere trasferito in un penitenziario dove poter lavorare. Per non impazzire chiedo di poter essere utile, di lavorare. Oggi non ho più nulla, mi resta il pensiero dei miei figli e della mia famiglia», le sue parole. Dopo il verdetto Bossetti avrebbe trascorso la notte insonne e piangendo. Avrebbe inoltre incontrato il cappellano del carcere, e anche la moglie.