Fabrizio Corona scaricato da Silvia Provvedi: «Non voglio più nemmeno come amico»

4172739_1642_verissimo_silvia_provvedi_toffaninSpeciale Grande Fratello Vip 2018 sabato 15 dicembre a Verissimo. Domani su Canale 5 nel salotto di Silvia Toffanin si alternaranno i protagonisti di questa edizione: Walter Nudo, Francesco Monte e Giulia Salemi; e Silvia Provvedi. La mora de Le Donatella torna a parlare di Fabrizio Corona e del suo nuovo fidanzato Malefix.

«Nella mia vita accetto le persone che possano darmi qualcosa e Fabrizio ad oggi non può darmi più niente». Queste le parole di Silvia Provvedi, ospite sabato 15 dicembre a Verissimo, dopo l’uscita dalla casa del “Grande Fratello Vip”. Ai microfoni del talk show confida: «Non servirebbe averlo nella mia vita. Accetto le sue scuse, ma non lo voglio più nemmeno come amico. Credo nell’innocenza di Fabrizio e non ho mai rinnegato quello che ho vissuto. Per me è stata una persona molto speciale, l’ho amato tantissimo. Lo ricorderò sempre come un bel periodo della mia vita».

A Silvia Toffanin racconta l’esperienza vissuta al “GF Vip”: «Quest’esperienza mi ha regalato un sorriso che non avevo più. Sono molto felice e soddisfatta di aver vissuto qualcosa di unico. Mi è servito. Mi sono sentita accettata da subito e i ragazzi sono diventati dei punti di riferimento nella mia vita. Ho riscoperto me stessa, riuscendo a liberarmi di pesi e sensi di colpa che non mi facevano più vivere l’età che ho».

Yara, Bossetti vuole il trasferimento in un altro carcere: «Per non impazzire, chiedo di poter essere utile»

yara_bossetti_condannato_ergastolo_12223611Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio, ha chiesto il trasferimento dal carcere di Bergamo a quello milanese di Bollate. Qui sconta la sua pena anche Alberto Stasi, condannato a 16 anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi. Uno dei legali di Bossetti, Claudio Salvagni, ha confermato quanto anticipato da uno dei suoi consulenti, Ezio Denti, e ha spiegato che l’istanza è ora all’esame del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e del tribunale di sorveglianza di Brescia. «Per la decisione ci vorranno alcune settimane – precisa Salvagni – e la richiesta deriva dal fatto che a Bollate potrebbe lavorare, cosa che a Bergamo non è possibile».

IL FAVOLA
Dopo il verdetto della Cassazione è stato lo stesso Bossetti ad avanzare la proposta: «Vorrei essere trasferito in un penitenziario dove poter lavorare. Per non impazzire chiedo di poter essere utile, di lavorare. Oggi non ho più nulla, mi resta il pensiero dei miei figli e della mia famiglia». A inchiodare il muratore di Mapello come l’assassino della ginnasta, l’uomo dai mille volti che si è sempre dichiarato innocente, è il suo dna che coincide con quello trovato sugli slip e sui legging di Yara, uccisa a Brembate il 26 novembre 2010. Padre di tre figli, Bossetti si definiva un uomo normale con una vita ripetitiva, tutto lavoro e famiglia. Così lo descrivevano, all’indomani del fermo per il delitto, anche i vicini di casa: «Un bravo ragazzo, un muratore che conduceva una vita tranquilla». I colleghi invece ricordavano la sua spudorata inclinazione a mentire e quel nomignolo, il “Favola”, che gli avevano affibbiato proprio in virtù della sua propensione a dire bugie. È stato nel corso delle indagini che il muratore ha appreso, sulla base del dna, di non essere figlio di Giuseppe Bossetti, come aveva sempre creduto, ma dell’autista Giuseppe Guerinoni morto nel 1999, scoprendo così un segreto rimasto tale per 44 anni. In carcere è finito al centro di un caso per le lettere “hot” scambiate con un’altra detenuta, Gina. «Una corrispondenza tra due persone adulte che non si sono mai viste fra loro», ha precisato la difesa del muratore.

LETTERE ALLA MOGLIE
Bossetti è stato visto piangere durante il processo di primo grado quando si parlava dei suoi affetti. «Amore mio perdonami se ti sto facendo tribolare», scriveva alla moglie Marita Comi, che crede nella sua innocenza, in una lunga lettera dal carcere in cui raccontava di essere giudicato in prigione come un «ammazza-bambini». «Eravamo proprio una bella famiglia, una famiglia unita e ora ce l’hanno rovinata», diceva alla moglie. Un ritratto però che poco combacia con il profilo di feroce assassino dall’«animo malvagio» tracciato dai giudici di Bergamo nelle motivazioni della condanna all’ergastolo. Una condanna confermata anche dalla Cassazione.